Crescenzo Petito: La Storia di un Autista Licenziato

Crescenzo Petito, detto Enzo, era al lavoro ogni mattina tra le sette e le sette e mezza da diciassette anni. Una giornata tipo: partenza presto sul furgone, pausa di un’ora e rientro a fine turno intorno alle diciassette-diciassette e trenta. Dieci ore al giorno di consegne tra Modena, provincia e talvolta Bologna, per un mestiere che nel tempo gli ha compromesso la schiena.

Oggi ha quarantotto anni e racconta che quei lunghi anni da autista e corriere gli hanno provocato problemi agli arti e alla colonna vertebrale, con ernie e dolori che gli hanno ridotto la capacità di sollevare pesi. Per tutta la sua carriera ha avuto un contratto a tempo indeterminato, con anzianità maturata e tutele formali. Ma quando la sua condizione fisica è peggiorata, il quadro è cambiato: visite mediche hanno certificato che era «idoneo con prescrizioni», cioè in grado di lavorare solo rispettando limitazioni come non sollevare carichi superiori ai dieci chili.

L’azienda ha ritenuto invece che non esistessero mansioni compatibili e, dopo averlo sospeso per qualche settimana, lo ha licenziato con la motivazione tecnica dell’assenza di occupazioni adeguate. Secondo Petito, si è trattato di una scelta ingiustificata. Lui sostiene che in magazzino esistessero alternative — attività d’ufficio, gestione dei mezzi, o l’uso di ausili meccanici come pedane e sponde già presenti in azienda — che avrebbero permesso il ricollocamento senza aggravare le sue condizioni.

La decisione dell’impresa è arrivata dopo l’arrivo in filiale di un nuovo responsabile, promosso dall’interno, che secondo il lavoratore avrebbe applicato pressioni sui colleghi per caricare anche i pacchi più pesanti oltre i limiti previsti, cambiando i giri di consegna di chi non si adeguava e creando isolamento e difficoltà. Alcuni colleghi, racconta Petito, hanno chiesto di far valere i propri diritti; altri hanno paura.

Dopo il licenziamento i sindacati hanno organizzato una mobilitazione che ha portato a un incontro in prefettura. L’azienda ha proposto un’integrazione economica alla Naspi pari a cinquecento euro al mese per un anno e la possibilità di una nuova visita medica con eventuale reintegro nel caso la situazione sanitaria si risolvesse. Petito ha invece scelto la via legale: il suo avvocato ha impugnato il licenziamento e chiede il reintegro. «Tutti quegli anni nello stesso posto non sono solo un lavoro», dice con voce spezzata.

La vicenda di Petito non è isolata nella logistica modenese e bolognese. Sindacati locali segnalano numerosi casi di corrieri risultati «idonei con limitazioni» e poi sospesi o a rischio licenziamento. A Bologna almeno quarantacinque corrieri presentano problemi analoghi: limitazioni certificate che mettono in discussione la loro permanenza in servizio. In alcuni casi le tensioni sono sfociate in scioperi e blocchi: due settimane di agitazione per il reintegro di Petito, e in un’altra azienda quattro lavoratori sospesi senza retribuzione hanno ottenuto il reintegro dopo uno sciopero di cinque giorni e un negoziato con la direzione.

In diverse occasioni le proteste hanno provocato anche interventi di polizia contro i blocchi stradali predisposti dai lavoratori, mentre non tutti i colleghi hanno partecipato agli scioperi, accusando i sindacati di impedirgli di lavorare e di far perdere loro guadagni. Un caso giudiziario recente in provincia di Modena ha offerto un precedente favorevole ai lavoratori: un magazziniere considerato «inidoneo con parzialità» era stato licenziato, ma il tribunale del lavoro ha dato ragione al dipendente, ritenendo che l’azienda non avesse valutato adeguatamente le mansioni compatibili né predisposto l’uso di ausili meccanici che avrebbero potuto agevolarlo. Il giudice ha disposto il reintegro e riconosciuto un’indennità per il licenziamento.

I sindacati e gli esperti collegano questi casi a un problema più ampio: il settore del trasporto e della logistica impiega milioni di persone ed è tra i più esposti a infortuni e malattie professionali. Le patologie dell’apparato osteomuscolare e del tessuto connettivo — in particolare disturbi dei dischi intervertebrali ed ernie dovute a sforzi eccessivi e posture prolungate — sono la quota prevalente delle malattie denunciate. Colpiscono principalmente lavoratori di mezza età con lunga anzianità di servizio e sono strettamente correlate all’organizzazione del lavoro: movimentazione manuale dei carichi, ritmi elevati, movimenti ripetitivi e turni pesanti che, nel tempo, determinano un’usura progressiva del corpo.

La gestione delle «inidoneità parziali» spesso prevede il ricollocamento in mansioni meno faticose, ma nella pratica le soluzioni non sempre vengono adottate. Le parti sociali segnalano che, nei contratti collettivi, le tutele per chi è «idoneo con limitazioni» esistono solo in parte e che permane incertezza su chi debba farsi carico delle conseguenze quando il rapporto avviene in regime di appalti e subappalti. Alcuni osservatori affermano che la non idoneità viene talvolta utilizzata per allontanare lavoratori più anziani o più sindacalizzati.

Tra le richieste delle rappresentanze dei lavoratori c’è l’estensione di strumenti di tutela economica e normativi più chiari per i casi in cui il lavoro abbia provocato danni irreversibili alla salute. Si dibatte anche sull’inclusione degli autisti tra le categorie di lavori usuranti, un riconoscimento che potrebbe aprire la strada alla pensione anticipata per chi svolge attività di consegna intensiva e prolungata. I sindacati sottolineano la necessità che le aziende, in particolare quando internalizzano i corrieri, si assumano la responsabilità delle condizioni di lavoro e delle conseguenze sulla salute nel lungo periodo.

Le storie come quella di Petito mettono in luce il nodo centrale del settore: lavori quotidiani e ripetitivi, ritmi serrati e carichi fisici che nel tempo compromettono la salute, mentre le tutele contrattuali e le prassi aziendali non sempre garantiscono un adeguato ricollocamento o un supporto economico a chi non può più svolgere le stesse mansioni. Le trattative sindacali e i procedimenti giudiziari che ne derivano definiscono norme e precedenti che potrebbero influire sul futuro di migliaia di lavoratori nel sistema della logistica.